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Testimonianza di Francesca M.

Sono sempre stata una persona incerta sul desiderio di diventare madre. Non amavo particolarmente stare in presenza di bambini e spesso mi sentivo dire: “Con i tuoi sarà diverso.”

Alla fine mi sono buttata, con la paura un giorno di pentirmi di non aver avuto figli, ma senza una convinzione totale. A distanza di tempo sono sempre più convinta che, per la maggior parte di noi, avere un figlio sia un enorme salto nel buio.

Ho vissuto una gravidanza serena e attiva in modo molto lucido e razionale; ero felice, sì, ma in modo misurato. Anche il parto è stato veloce, e la mia bambina è nata sanissima. Eppure, nel momento in cui me l’hanno appoggiata sul petto, il mio primo pensiero è stato: “Non vedo l’ora che mi diano qualcosa da mangiare.”

Niente ondata di felicità, niente amore incondizionato improvviso. Primo campanello d’allarme per una testa come la mia, che viaggia sempre a mille all’ora.

Appena tornata in camera con lei mi sono sentita persa. Ho passato tre notti senza dormire, vagando nei corridoi in lacrime. La montata lattea non arrivava e continuavo a chiedermi: “Ma non mi avevano detto che le donne allattano dall’alba dei tempi?”

A casa andava un po’ meglio, anche se tutto sembrava avvolto da una specie di filtro grigio. Spesso mi sentivo profondamente sola, anche quando ero in una stanza piena di persone. Sentivo la necessità di non essere lasciata da sola con la bambina, non tanto per non saperla gestire, ma per non dover rimanere sola con lei e con la mia mente. Quando sapevo che saremmo rimaste da sole, soprattutto nel pomeriggio/sera (la famosa crisi del tramonto..), iniziavo la giornata già in preda al panico. La sera poi arrivava sempre e, tutto sommato, “reggevo”: portavo a casa la giornata anche con discreto successo. Ma a che prezzo, mentalmente?

Per fortuna il cagnolino mi obbligava a uscire di casa e approfittavo per stare in giro ore con lui e la bambina: quella routine mi ha salvata.

Il primo mese è trascorso in una sorta di bolla, con un allattamento misto perché io producevo poco latte e lei non si attaccava bene. Mi è stato detto di fare come mi sentivo, ma come potevo saperlo? Che intuizioni potevo avere alla mia prima esperienza da mamma?

Poi, man mano che la bambina ha iniziato a dormire qualche ora di fila, le cose sembravano migliorare. Lei, in realtà, era molto brava, anche sentendo le esperienze di altre mamme, e il mio compagno mi dava una grande mano con il biberon, permettendomi di riposare. Io, però, a volte non sentivo un vero legame.

Piangevo dicendo al mio compagno che la bambina non mi volesse bene, che sentiva che avevo avuto dubbi prima di averla, che non mi ero impegnata abbastanza per avviare l’allattamento ed era perché incosciamente non ci tenevo davvero, che la bambina si sarebbe ammalata di piu’ per colpa mia perché non le avevo passto abbastanza anticorpi...e via di altre mille paranoie e deliri: lui, poverino, poteva solo ascoltarmi, senza poter fare nulla se non starmi vicino.

Tra i 6 e i 7 mesi ha iniziato ad ammalarsi spesso (il mio senso di colpa era alle stelle): un malanno dietro l’altro, incluse convulsioni febbrili. E io, che avevo ricominciato a lavorare full time, mi ritrovavo a incastrare lavoro, bambina, nido, animali e casa. Faceva capolino la sindrome dell’impostore, a casa e al lavoro: non sapevo più quale fosse il mio ruolo nella mia vita, nel mio team, nella mia relazione. La mia vita fatta di sport quotidiano era ridotta a esercizi sporadici e a serate passate a preparare pappe.

La stanchezza e la frustrazione di quella vita lenta, senza poter pianificare nulla a causa dei malanni continui (suoi e nostri), erano enormi.

In quei mesi stavo malissimo emotivamente e fisicamente: quando la bambina cercava il papà invece di me, soprattutto quando voleva essere presa in braccio da lui, reagivo in modo esagerato e sproporzionato. Mi sentivo rifiutata, risentita verso me stessa e anche verso di lei, nonostante passassi comunque molto tempo con la bambina, e tutto questo andava a far leva sulle mie insicurezze e sui “fantasmi” della me bambina. E questo mi schiacciava ancora di più.

Non riconoscevo più il mio corpo, che con quello stress stava prendendo ancora più peso; mi sentivo la versione decadente di me stessa e non vedevo alcuna luce fuori dal tunnel.

I pensieri intrusivi andavano e venivano: “Sarò mai felice come prima?”, “Mi sono rovinata la vita?”, “Ma io la amo questa bambina?”. Alternati, a volte, a momenti di apparente tranquillità.

Mi confrontavo con altre mamme, con altre storie, e mi sentivo sempre inadeguata, a parte con poche persone genuinamente sincere con cui ci siamo date man forte.

Anche i social, con le loro immagini di maternità perfetta, non aiutavano: alla fine li ho tolti completamente, e questo è stato uno dei primi passi che mi ha permesso davvero di respirare e liberarmi da confronti continui e tossici.

A maggio il mio compagno, con tanta gentilezza ma anche con grande preoccupazione, mi ha detto che non riusciva più a vedermi così negativa e sofferente. È stato il campanello d’allarme di cui avevo bisogno. Ho capito che non potevo continuare così e che chiedere aiuto non era un fallimento. Mi sono rivolta all’Associazione.

È lì che ho capito che molte delle cose che avevo vissuto erano normalissime e che tante altre erano il risultato di pressioni esterne e aspettative irrealistiche. Ho iniziato un percorso di psicoterapia che mi ha dato letteralmente una spalla su cui poggiare, insieme al supporto di una madrina dell’Associazione che mi ha permesso un confronto aperto e sincero, mamma a mamma. Ho chiesto aiuto anche al medico per gestire lo stress e il peso accumulati nell’ultimo anno.

Pian piano tutto è cambiato: io sono cambiata, e anche la mia bambina. Ha iniziato a interagire di più, a mostrarmi affetto in modi che prima non riuscivo a cogliere, e il nostro rapporto è diventato più forte, più sincero e più sereno. La psicoterapia, un periodo farmacologico e lo sport mi hanno aiutata a ritrovarmi, anche se la strada è ancora molto lunga. Ho ancora ricadute, pensieri intrusivi che oggi cerco di accogliere, e continuo la psicoterapia, anche se meno di frequente.

Oggi so che chiedere aiuto è stato il passo più importante che potessi fare. Mi dispiace solo aver aspettato così tanti mesi, pensando erroneamente che il post partum fosse un periodo circoscritto ai primi mesi dopo il parto. In realtà ho capito che può essere molto più lungo e tortuoso, e che servono strumenti adeguati per affrontarlo.

So anche che in tante si sentono come mi sentivo io. E allora mi chiedo: se siamo in così tante, perché se ne parla ancora così poco?